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FEDERICO QUADRELLI

Uno sguardo critico sulla realtà

Il lavoro sporco e la doppia morale

19 Giu 2025 | Attivismo, Politica

Nel corso di un’intervista, il cancelliere federale tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che Israele sta svolgendo il “lavoro sporco” per conto delle democrazie occidentali contro l’Iran. Una frase che ha suscitato scalpore e riflessioni amare. Non solo per il suo cinismo, ma soprattutto perché rivela in modo brutale un atteggiamento che da tempo mina la credibilità morale dell’Occidente: la doppia morale nell’applicazione dei principi democratici, della legalità internazionale e della difesa dei diritti umani.

Che l’Iran sia una teocrazia repressiva, dove i diritti civili vengono sistematicamente violati e il dissenso brutalmente represso, è cosa nota. Ma è altrettanto noto che questo non ha impedito, in passato, agli Stati Uniti e ad altre democrazie occidentali di intrattenere relazioni economiche, militari e diplomatiche con Teheran, secondo logiche di pura convenienza strategica. E lo stesso vale per Israele: spesso in prima linea nel denunciare le ingiustizie del regime iraniano, ha al contempo mantenuto per decenni relazioni ambigue con regimi autoritari nella regione quando ciò tornava utile ai suoi interessi di sicurezza.

La dichiarazione di Merz va dunque letta non solo come una constatazione, ma come la legittimazione di un paradigma: che i valori democratici possono essere messi da parte quando sono “scomodi”, e che l’uso della forza può essere accettabile, se non addirittura auspicabile, quando a premere il grilletto è un alleato, e non un avversario.

L’idea che uno Stato possa lanciare attacchi preventivi in nome della sicurezza, come nel caso dei raid israeliani contro obiettivi iraniani, è estremamente rischiosa. Perché introduce un precedente che può essere, e già è stato, sfruttato da regimi aggressivi per giustificare le proprie azioni. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, ha usato un linguaggio simile: prevenire una minaccia, proteggere le popolazioni russofone, reagire a un’espansione percepita della NATO. L’Occidente ha giustamente condannato questa narrazione come propaganda e violazione del diritto internazionale. Ma allora perché le stesse regole non valgono quando ad agire è Israele? O quando lo fa la Turchia in Siria? O gli Stati Uniti in Iraq?

La risposta, spesso sottintesa ma raramente detta apertamente, è che esiste una gerarchia implicita tra chi ha diritto alla legalità e chi no. Un doppio standard che, lungi dall’essere una semplice ipocrisia, diventa un problema strutturale: mina dall’interno la coerenza del sistema democratico e la fiducia globale nella legalità internazionale.

Negli ultimi decenni, le guerre per “esportare la democrazia” hanno fallito sistematicamente. L’Afghanistan e l’Iraq sono esempi emblematici. In entrambi i casi, l’intervento occidentale è stato giustificato con motivazioni nobili, diritti umani, lotta al terrorismo, democrazia, salvo poi rivelarsi fondato su menzogne, interessi energetici e strategie geopolitiche opache. Gli esiti sono noti: instabilità, guerre civili, milioni di profughi, e un odio crescente verso l’Occidente.

Nel mondo post-11 settembre, la giustificazione dell’uso della forza si è sempre più scollegata da principi universali per diventare un esercizio retorico di potenza. Il “lavoro sporco” evocato da Merz è il simbolo di questa deriva: qualcuno deve farlo, purché non sporchiamo noi le mani. Ma questo non è realismo politico: è cinismo strategico.

Il vero pericolo per le democrazie occidentali non viene solo da fuori, dall’Iran, dalla Russia, o dalla Cina, ma dall’erosione interna dei propri valori. La coerenza, l’universalità del diritto, il rispetto per la dignità umana non sono solo belle parole: sono i pilastri che distinguono una democrazia da un regime autoritario.

Come ricordava Giovanni Giolitti, “la legge si applica ai nemici e si interpreta per gli amici”: una battuta amara che oggi suona come una diagnosi. Quando le democrazie adottano questa logica, rinunciano alla loro identità. La doppia morale non è una semplice incoerenza: è un veleno che corrode la legittimità della politica estera, la fiducia dei cittadini e la capacità di influenzare positivamente il mondo.

Le parole di Merz non sono solo un’opinione individuale, ma riflettono una corrente sempre più influente nel panorama politico occidentale: una destra “realista” che, in nome della sicurezza e della stabilità, è disposta a sacrificare principi e diritti. Ma è inquietante che questa visione sia condivisa anche da molti attori centristi o moderati, spesso complici silenziosi di questa svolta.

Ancora più preoccupante è che forze politiche progressiste, pur essendo in coalizione con leader che esprimono simili posizioni, spesso evitano di prendere le distanze con forza. Il risultato è una progressiva normalizzazione dell’eccezione, della deroga, dell’ambiguità. Un mondo in cui tutto diventa relativo, e nessun principio è più sacro.

Il “lavoro sporco” non è solo un’operazione militare. È una metafora dell’arretramento morale dell’Occidente. Continuare a ignorare questa doppia morale, accettandola come un male necessario o inevitabile, significa abdicare al ruolo che le democrazie si sono attribuite nel mondo: quello di esempio, non solo di potenza.

Se la democrazia vuole sopravvivere come modello credibile, deve tornare a essere anche etica. E ricordare che il diritto, per essere tale, deve valere sempre, anche quando è scomodo. Anche quando colpisce un amico.

Federico Quadrelli

Berlino, 19.06.2025